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La Sfida Delle Staminali Contro Il Parkinson

La sfida delle staminali contro il Parkinson

La sfida delle staminali contro il Parkinson è entrata nel vivo. Diversi gruppi di scienziati nel mondo, Italia compresa, ci stanno lavorando. E la speranza, secondo Erik Ch. Wolters, presidente dell’International Association of Parkinsonism and Related Disorders (Iaprd), è di “approdare a nuovi trattamenti entro 3 anni”. E’ con questo auspicio che si conclude a Milano il XXI Congresso mondiale sulla malattia di Parkinson e disturbi correlati. L’evento scientifico che si è svolto dal 6 al 9 dicembre nella metropoli lombarda è stato occasione per conferire un premio alla carriera – intitolato a Melvin Yahr, uno dei padri della terapia del Parkinson – ad Anders Bjorklund, neurobiologo dell’università di Lund (Svezia), considerato uno dei pionieri degli studi sui trapianti di cellule staminali embrionali in pazienti con la malattia neurodegenerativa. “A Milano abbiamo avuto 1.500 neurologi da 76 paesi del mondo per discutere dei nuovi progressi per malattie debilitanti come il Parkinson, l’Huntington e l’Alzheimer”, spiega Wolters all’AdnKronos Salute. “Stiamo lavorando duramente per garantire a questi pazienti una migliore qualità di vita – prosegue – abbiamo buone speranze per il futuro prossimo riguardo al fatto che ci saranno altre strategie a disposizione, come quelle con le staminali contro il Parkinson. Ci aspettiamo siano efficaci nel rallentare la progressione della malattia e così potremo proteggere i pazienti. Se saremo in grado di identificare i malati a uno stadio iniziale potremo trattarli con staminali in via ‘protettiva’. Il futuro è ricco di speranze, ma c’è ancora molta strada da fare, altra ricerca clinica. Sono coinvolto personalmente in studi con le staminali, e spero davvero che entro tre anni avremo nuovi trattamenti”. A Milano Bjorklund ha mostrato in anteprima i risultati di uno studio in corso.
“Tutto comincia da un’esperienza ‘antica’ – racconta Angelo Antonini, presidente del Congresso milanese e direttore del Centro per la malattia di Parkinson e i disturbi del movimento al’Irccs Ospedale San Camillo di Venezia – Il primo trapianto di cellule embrionali fetali risale al 1987. Bjorklund fu il primo a intuire che si potevano iniettare delle cellule, che avevano la potenzialità di svilupparsi in cellule della dopamina, nel cervello dei pazienti con Parkinson e ripristinare così una buona funzione, determinando un miglioramento della capacità motoria. I risultati all’epoca furono interessanti”. Nell’arco di oltre due decenni, “si è visto che purtroppo non tutti i pazienti miglioravano allo stesso modo. Bjorklund ha presentato qui a Milano il caso incredibile del recupero di un paziente trattato all’epoca: per 25 anni ha praticamente smesso di assumere la terapia farmacologica ed è morto a 83 anni. Il suo cervello è stato poi esaminato e i dati presentati dal neurobiologo in anteprima hanno mostrato come le cellule trapiantate negli anni ’80 avevano ripristinato delle connessioni efficienti a livello del sistema nervoso centrale e reso possibile la mobilità nel paziente. Stessi esperimenti con tecnologie leggermente diverse sono stati eseguiti poi in questi anni in altri contesti, per esempio gli Usa. Ma alcuni pazienti miglioravano e tanti altri no”. Anche in Italia “abbiamo cercato di utilizzare la metodica ma non è stato possibile per le limitazioni sull’utilizzo degli embrioni. Oggi Bjorklund ha avuto un finanziamento dalla Comunità europea per un progetto di 5 anni con cui punta a iniziare il trattamento di pazienti in una fase non troppo avanzata, in modo che le cellule possano attecchire al meglio e non trovino un ambiente troppo compromesso. L’obiettivo è arrestare l’avanzamento della malattia e magari garantire un recupero di persone che hanno manifestato i primi sintomi”.
A Milano Bjorklund ha presentato gli studi sugli animali, ma a Lund è già partito l’arruolamento dei pazienti. Dall’anno prossimo si cominceranno a trattare i primi soggetti selezionati accuratamente e screenati. Nell’arco di due anni si vedrà se questo tipo di sistema sarà effettivamente efficace. “L’idea dello scienziato – spiega Antonini – è di prendere cellule embrionali, pluripotenti, e di farle diventare dopaminergiche e ottenere linee cellulari che possono poi essere distribuite. E’ una grande speranza perché, come ha spiegato Bjorklund, sarà possibile utilizzare queste linee cellulari anche in altri laboratori, superando le limitazioni in Paesi come il nostro dove la legislazione impedisce di derivare noi stessi staminali embrionali e di produrle. Attraverso dunque una rete scientifica già in atto, terminato lo studio europeo pilota, si potrebbe riuscire in un paio d’anni a trattare pazienti anche nei nostri ospedali, in centri dedicati. La tecnologia che si usa è in pratica la stessa della stimolazione cerebrale profonda, e con micro-cateteri si iniettano le cellule in zone precise affette da malattia. Aspettiamo i risultati, ma sono ottimista per il futuro”.

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