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Diagnosticare, Prima Che Appaiono I Sintomi

Diagnosticare, prima che appaiono i sintomi

Secondo quanto pubblicato l’11 giugno 2014 della rivista Neurology, organo medico dell’Accademia Americana di Neurologia, i ricercatori dimostrano che il loro nuovo approccio RMN può identificare soggetti che soffrono della malattia di Parkinson al suo stadio iniziale.

“Finora e nella maggior parte dei casi non avevamo modo di predire chi fosse a rischio di malattia di Parkinson”, dice il dott. Clare Mackay del Dipartimento di psichiatria dell’Università di Oxford (UK), uno dei ricercatori di guida. “Siamo emozionati dal fatto che questa nuova tecnica RMN possa dimostrare di costituire un buon marcatore dei segnali di Parkinson più precoci. I risultati sono molto promettenti.”

Claire Bale, direttore delle comunicazioni sulla ricerca Parkinson UK e fondatore dello studio chiarisce: “Questa nuova ricerca ci porta un passo più vicino a diagnosticare la malattia a uno stadio molto più precoce – una delle maggiori sfide dell’obiettivo”. “Impiegando una tecnica di scansione nuova e semplice, il gruppo dell’Università di Oxford è stato in grado di studiare livelli di attività nel cervello, tali da suggerire la presenza del Parkinson. “Nel Regno Unito è diagnosticato ogni ora un paziente che soffre di tale malattia e noi speriamo che i ricercatori siano in grado di perfezionare il loro test in modo che possa un giorno far parte della pratica clinica”.

Il morbo di Parkinson è caratterizzato da tremoti, movimenti lenti, muscolatura rigida e poco flessibile; in questo momento non esiste cura per la malattia, sebbene si impieghino trattamenti che possono ridurne i sintomi e mantenere qualità di vita più a lungo possibile.

Il morbo di Parkinson è causato da una perdita progressiva dal cervello di un particolare gruppo di cellule nervose, ma perché si manifestino sintomi visibili, occorre che il danno sia in corso da lungo tempo.

Se devono essere sviluppati trattamenti che possano ritardare o bloccare la progressione della malattia prima che progredisca nel paziente in modo pesante, abbiamo la necessità, secondo i ricercatori, di metodologie che diano modo d’identificare le persone a rischio, prima che appaiono i sintomi.

Dato che l’RMN convenzionale non è in grado di mettere in luce segni precoci di Parkinson, così i ricercatori di Oxford hanno impiegato una tecnica di RMN, chiamata RMN a stato-di riposo, nella quale ai pazienti viene richiesto solo di stare tranquilli nel tunnel dello scanner: per lo studio vennero impiegati i dati della “connettività” dei gangli basali – la regione del cervello nota per essere coinvolta nella malattia di Parkinson.

Sono stati confrontati 19 pazienti con Parkinson allo stadio molto precoce ma non in trattamento farmacologico, con un pari numero di persone sane, di pari età e genere.

I pazienti affetti mostrarono una connettività molto inferiore dei gangli basali: i ricercatori sono stati in grado di definire un livello limite di soglia per la connettività che, nella ricerca, ha potuto discernere con 100% di sensitività e 89,5% di specificità chi dei 38 esaminati soffrisse del Parkinson.

Il dr. Mackay spiega. “L’approccio con la RMN, ha messo in luce una grande differenza di connettività tra chi avesse il Parkinson e gli altri. Tanto grande che noi abbiamo pensato che fosse troppo bello per esser vero e quindi andammo avanti con un test di convalida in un secondo gruppo di pazienti, ottenendo un risultato simile”.

La convalida fu eseguita, con la loro nuova metodica RMN, in un gruppo di tredici pazienti con Parkinson al primo stadio, con la quale ne identificarono correttamente 11 su 13 (85% di accuratezza).

Il ricercatore aggregato dr. Michele Hu del Dipartimento di neuroscienza cliniche dell’Università di Oxford dice :” Abbiamo provato il sistema su Parkinson allo stadio precoce e, dato che è così sensibile in questi pazienti, speriamo che sia in grado di predire chi è a rischio di malattia prima che se ne manifestino i segni. Purtroppo per questo occorrerà lavorare ancora”.

A tal fine, i ricercatori dell’Università di Oxford hanno in corso altre ricerche con il loro approccio su individui che sono a rischio aumentato del morbo.

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